18 Lug NON DIMENTICARTI DI GIOCARE
NON DIMENTICARTI DI GIOCARE
Soggetto per lungometraggio
Genere: favola urbana
SINOSSI
Lucas Drake, broker spregiudicato coinvolto in una frode ai danni della malavita, precipita ubriaco con la Ferrari nel fiume durante una fuga. Salvato da Abram, ex pugile, viene portato nel Nido, una stazione della metropolitana abbandonata dove una comunità di bambini, adulti e anziani vive secondo un’unica regola: giocare.
A guidarli c’è Tic Tac, un bambino che nessuno ricorda di aver visto crescere, con appeso al collo un cipollone d’argento fermo poco prima di mezzanotte.
Costretto all’immobilità da una gamba rotta, Lucas osserva con scetticismo quel mondo, finché i giochi fanno breccia nel suo animo.
Nel mondo di sopra, il boss Achab Saturnino, convinto che Lucas sia vivo, invia il Segugio, sicario implacabile, a cercarlo. Quando il Nido viene invaso, Lucas dovrà scegliere tra fuggire o restare per proteggere la nuova famiglia. Nel caos, Tic Tac compirà l’ultimo gesto di coraggio. L’orologio, fermo da un tempo immemorabile, ricomincerà a ticchettare.
Una storia di redenzione in cui il gioco è l’unica strada per la verità.
SOGGETTO
LOGLINE
Un broker senza scrupoli sopravvive a un incidente che lo fa credere morto a tutti e viene salvato da una comunità clandestina che vive in una stazione della metropolitana abbandonata secondo un’unica regola: giocare. Mentre il suo passato criminale lo cerca per ucciderlo, Lucas Drake dovrà decidere se restare l’uomo che è diventato o ritrovarsi e scegliere il suo destino.
TRATTAMENTO
Notte, pioggia leggera sull’asfalto. Una Ferrari rossa taglia le strade deserte di una città portuale, i fari che sfregiano il buio come lame. Al volante, Lucas Drake, trentotto anni, astro della finanza, guida con una mano sola, l’altra stretta attorno a una bottiglia di whiskey troppo costoso per essere bevuto così. Dalla radio, una voce celebra la sua ascesa fulminante e il suo fiuto infallibile per i mercati; lui non ascolta, guarda solo le luci della città sciogliersi in scie sul cruscotto. Nel bagagliaio, una valigia blindata custodisce abbastanza denaro da sparire per sempre. Sul lungo ponte che scavalca il fiume, un sorpasso azzardato lo manda a schiantarsi contro un tir. Metallo che si accartoccia, vetri che esplodono, le transenne che cedono con un grido. L’auto resta sospesa nel vuoto, trattenuta da un groviglio di cavi dell’impalcatura, come un insetto in una ragnatela d’acciaio. L’autista del tir urla nel vento, prova a tirarlo fuori; Lucas biascica il proprio nome come se ancora potesse comprare qualcosa. Le funi cedono a una a una, con un suono di frusta, e la Ferrari precipita nell’acqua nera.
Sulla banchina del porto, poco distante, un gigante calvo dai folti baffi neri alza lo sguardo proprio mentre l’auto si inabissa. È Abram, sessant’anni ma ancora vigoroso come una montagna, le spalle di un lottatore e le mani di chi ha portato pesi per tutta la vita. Osserva l’acqua richiudersi sul relitto senza muoversi. Poi si toglie il giaccone e con naturalezza si tuffa.
Sul ponte, sirene e luci blu. Una cronista intervista l’autista del tir sotto la pioggia: recuperare il corpo, in quella zona di correnti forti, sarà un’impresa. Motovedette perlustrano il fiume in cerchi sempre più larghi. Nessuno guarda verso la banchina, ormai deserta.
Il risveglio di Lucas non arriva nel bianco asettico di un ospedale, ma tra risate di bambini e un odore di polvere e muffa. È disteso su un giaciglio di fortuna, la gamba destra bloccata da assi di legno legate con strisce di stoffa. Oltre una tenda consunta, due voci discutono animatamente: perché portarlo lì, perché salvarlo. Entra un bambino di circa dieci anni, sguardo troppo adulto per la sua età, un vecchio cipollone d’argento al collo, le lancette ferme a pochi minuti da mezzanotte. Dietro di lui, la sagoma imponente di Abram.
«Mi chiamo Lucas Drake… dove sono?» prova a dire Lucas, prima che il dolore alla gamba lo blocchi.
«Qui nessuno usa il suo nome. È la prima regola» risponde il bambino, con una severità che sorprende in un corpo così piccolo.
«Solo soprannomi» aggiunge Abram, mezzo sorriso sotto i baffi.
Lucas scopre così di trovarsi nel Nido, una vecchia stazione della metropolitana abbandonata, trasformata in rifugio per una comunità di bambini, adulti e anziani ai margini del mondo di sopra. Il bambino si chiama Tic Tac. E Lucas, per via del suo tuffo dal ponte, verrà chiamato da quel momento Saltinmare.
Nel delirio della febbre, il film scivola in flashback: dieci anni prima, Lucas era uno scultore povero e felice, le mani sporche di creta, innamorato di Elena. Il suo pezzo più riuscito la ritraeva mentre cadeva verso l’alto, come se la gravità l’avesse perdonata. Ma Elena se ne va: «L’arte non riempie lo stomaco, Lucas. E io non posso aspettare in eterno che tu decida di diventare qualcuno.» Da quella ferita nasce l’uomo che Lucas diventerà: cinico, avido, capace infine di orchestrare una colossale frode finanziaria ai danni della malavita locale, la stessa che ora lo vuole morto.
Quando riapre gli occhi nel presente, sopra di lui non c’è il soffitto candido degli alberghi di lusso ai quali è abituato ma vecchie tubature arrugginite. Musa, venticinque anni, occhi profondi, gli cambia la fasciatura con un sorriso. «Sono vostro prigioniero?» chiede Lucas.
«Nessuno è prigioniero qui» risponde Tic Tac dall’ombra, l’orologio che dondola. «Puoi andartene dal Nido quando vuoi. Ma solo dopo.»
«Dopo cosa?»
«Dopo che avrai giocato insieme a noi.»
Il Nido si rivela a poco a poco alla macchina da presa: mobili di fortuna, tappeti logori, luci colorate improvvisate con fili scoperti, banchine che un tempo aspettavano treni e ora ospitano brandine, tende, un piccolo mondo che dura da quasi un secolo.
Bambini abbandonati vi crescono, famiglie che tornano e ripartono ne custodiscono il segreto, anziani lo scelgono come ultima dimora. L’unica costante, di generazione in generazione, è Tic Tac, l’eterno bambino che nessuno ricorda di aver visto crescere e che, dicono, ha fondato il Nido lui stesso.
E il centro di tutto è il gioco: fili colorati tesi tra le pareti che vanno attraversati senza mai sfiorarli, con passi di danza improvvisati e la cautela di un acrobata; un telefono senza fili che deforma i messaggi fino al riso liberatorio; corse nei tunnel bui travestite da treni fantasma, con stazioni immaginarie annunciate a squarciagola, “Prossima fermata: Piazza delle Calze Sperdute”. Chi ride o inciampa “deraglia” ed è fuori dal gioco.
Un mondo senza senso apparente che, inspiegabilmente, profuma di pace.
Non appena può muoversi con le stampelle, Lucas assiste, riluttante, al Mercato delle Cose Inutili: oggetti svuotati della loro funzione e rivenduti per la loro assurdità, una lampada come cappello, una calcolatrice come pettine, un ditale come “il miglior fermacarte per topi mai visto”, accolto da applausi entusiasti.
«Questo non ha senso. Il valore di un oggetto è dato dalla sua utilità» protesta Lucas.
«Vedi, Saltinmare, qui le cose hanno un valore diverso» risponde Tic Tac, mani in tasca, sguardo da vecchio saggio in corpo da bambino. «Più una cosa è inutile, più è libera di essere ciò che vuole. Il gioco è l’unica cosa che non ha bisogno di uno scopo.»
Mentre Lucas si scontra con questa filosofia, sopra la superficie il pericolo prende forma.
Al porto, una gru issa la carcassa vuota della Ferrari. Seduto nella sua Rolls Royce, i vetri fumé che tagliano fuori la luce del mattino, il boss Achab Saturnino, anziano, corpulento, le dita cariche di anelli, non crede alla morte di Drake: «Non muore così facilmente. Non dopo avermi fatto fare la figura del fesso.»
Il boss si rivolge all’uomo silenzioso e magro seduto al suo fianco: «Lo voglio vivo.» Il Segugio, così viene chiamato, comincia la sua caccia paziente, senza fretta né rumore, come acqua che trova sempre una fessura nella roccia.
Una sera, mentre Abram russa come un temporale lontano, Musa racconta a Lucas la sua storia: ex pugile peso massimo, undici vittorie di fila, una moglie, un figlio, prima che una diagnosi di malattia neurodegenerativa gli desse forse sei mesi di vita. Abram sparì per un anno intero, in giro per il mondo, aspettando di morire lontano da chi amava. Quando la malattia svanì senza spiegazione, tornò per scoprire che la sua vita precedente non esisteva più: sua moglie che lo aveva creduto morto, si era rifatta una vita, il figlio cresceva con un altro uomo che chiamava papa, il titolo era stato assegnato a qualcun altro.
Giunse al porto deciso a gettarsi in acqua e farla finita. Fu lì che incontrò Tic Tac, che gli disse semplicemente che lui non voleva morire, solo non sapeva ancora per cosa vivere. Da allora il Nido divenne la sua nuova famiglia.
Ancora ingessato, Lucas viene trascinato al Gioco delle Ombre Cinesi: vecchi proiettori accesi nei tunnel, le sagome ingigantite sulle pareti, la regola di dare voce alla propria ombra come a un’entità separata. Spinto al centro, le stampelle proiettate come ali di un uccello a terra, Lucas resta a lungo in silenzio. Poi, quasi sottovoce: «La mia ombra non mi segue. È rimasta indietro. Ha ancora le mani sporche di creta.» Il silenzio che segue non è imbarazzo, è la sorpresa collettiva di una verità inaspettata. Poi qualcuno applaude.
Una notte trova nella tenda un panno umido con dell’argilla. Comincia a lavorarla di nascosto, quando il Nido dorme, lasciando decidere alle dita. Nascono i volti di Abram, di Tic Tac con l’orologio dalle lancette volutamente illeggibili, di Musa. Per un istante pensò a Elena, e per la prima volta da anni il ricordo non fa più male. Musa lo trova chino sul lavoro: «Sei ancora uno scultore?» Lucas non risponde, ma il modo in cui stringe l’argilla vale più di ogni parola. Nei giorni seguenti, le sculture popolano il Nido, ognuno ha il proprio ritratto. Tic Tac, unico a non commentare, si limita a sorridere davanti alla propria miniatura con il cipollone al collo.
Il film segue poi l’immersione crescente di Lucas nei giochi del Nido. Nella Sinfonia dei Rifiuti, lattine arrugginite, tubi di scarico e catene recuperate dai binari diventano un’orchestra sgangherata, senza direttore né partitura. Lucas rifiuta, «Questa volta passo», finché Abram non gli mette in mano una catena con lo stesso sguardo che riservava agli avversari sul ring. Lucas la fa tintinnare, timido, poi con più forza, finché il ritmo degli altri non gli entra nelle ossa e lui smette di pensare. Da lontano, Tic Tac osserva: «Forse Saltinmare sta diventando se stesso.» Segue la Città Invisibile, una rete di nastri colorati tesa nell’aria della stazione, ogni filo una relazione, un ricordo condiviso; chi ne tocca uno deve raccontare una storia legata a quel colore. Lucas tocca un filo rosso e si ritrova a raccontare, per la prima volta ad alta voce, della sua prima scultura in creta: le parole escono come se avessero atteso dieci anni dietro una porta chiusa, e quando finisce il suo respiro è più leggero, come liberato di un peso.
Seduta con lui sul bordo di un binario morto, Musa gli racconta di quando a otto anni arrivò al Nido e si innamorò di Tic Tac e di come con il passare degli anni lui rimaneva sempre quel bambino mentre lei diventava donna.
Musa era comunque rimasta per custodire il mondo che lui aveva costruito lì sotto. «Qui si viene per essere ciò che si è davvero, Saltinmare. Fuori, tutti indossano una maschera: del professionista di successo, dello sportivo, del figlio ubbidiente. Qui i costumi si lasciano fuori.» Lucas pensa alla valigia blindata, inabissata con il resto della sua vita. «E se quello che sei davvero è una cosa orribile?» chiede. «Allora almeno lo sapresti» risponde Musa. «E conoscere la verità è sempre meglio che vivere fingendo di essere qualcos’altro.»
Il film si sofferma su Milady, ottantadue anni portati con fierezza, treccia bianca, malata ma sempre presente ai giochi, con l’ostinazione di chi sa che smettere sarebbe una resa. Una sera Tic Tac indice un rito nella parte più antica della stazione, tra piastrelle verdi e bianche sbiadite dal tempo: seduti in cerchio con le candele, ognuno deve raccontare, mentre la fiamma brucia, il momento più bello della propria vita. Abram racconta l’incontro con Tic Tac sul molo; Musa il giorno in cui capì di amarlo, arrivato come ci si accorge dell’alba solo quando è già giorno; Lucas, che si aspettava di parlare del suo primo fondo di investimento, si sorprende a raccontare invece la notte in cui, togliendo un pezzo di argilla, vide per la prima volta un viso che lo aspettava sotto. Milady parla per ultima, di una mattina d’infanzia corsa su un prato bagnato di rugiada, felice senza motivo: «La felicità non ha bisogno di spiegazioni.» Muore quella notte nel sonno, un mezzo sorriso sul viso. Il Nido la piange con un dolore trattenuto, quasi prezioso; il gioco delle candele prende da allora il suo nome, il Gioco di Milady, il rito con cui si celebra chi se ne va. È Lucas a proporre che ogni volta si aggiunga una regola nuova, perché il gioco cresca insieme a loro. Tic Tac lo guarda, compiaciuto: «Saltinmare, forse hai capito chi sei.»
In parallelo, il Segugio stringe il cerchio. Ha interrogato i lavoratori del porto senza alzare la voce, ha seguito Abram fino ai margini della zona vecchia del molo. Una sera, durante una Corsa dei Treni Fantasma, si inoltra nei tunnel e attraverso una grata di aerazione vede Lucas Drake ridere a crepapelle, appoggiato alle stampelle ormai usate per gioco, un uomo che sembra aver dimenticato chi è stato. Ma il Segugio non dimentica le facce. Si allontana in silenzio: ha trovato quello che cercava. Abram lo vede scomparire nell’ombra, e per la prima volta da quando è al Nido il suo cuore batte come sul ring, davanti a un avversario pericoloso.
Tre giorni dopo, Abram porta la notizia: qualcuno cerca Lucas per vendicarsi. Il pericolo è reale e minaccia tutti.
«Se sanno che sono qui, siamo in pericolo» dice Lucas. «Dobbiamo andarcene.»
«Non funziona così, Saltinmare. Il Nido non si lascia» replica Tic Tac.
«Questo non è un gioco, Tic Tac.»
«Il Nido non è un gioco. È quello per cui si gioca.»
Incapace di smuoverli, Lucas raccoglie le sue poche cose e se ne va da solo, lasciando dietro di sé le statuine di argilla che aveva modellato. Sulla soglia del Nido, il confine tra due vite diverse, non si volta a guardare gli amici che lo osservano muti.
Rifugiato in una pensione scalcinata del quartiere, Lucas capisce che fuggire non lo salva da se stesso: non può lasciare che i suoi amici paghino per le sue colpe. Chiama un vecchio contatto in polizia, uno di quelli che aveva aiutato a sistemare certi conti prima che la sua carriera prendesse la piega sbagliata, e offre la verità sui propri affari in cambio di protezione per il Nido. È umiliante, ed è necessario.
Nel frattempo, ignari che Lucas sia a poca distanza, i compagni del Nido giocano tutta la notte, con un accanimento quasi febbrile, come se sapessero che è l’ultima volta: la Corsa dei Treni Fantasma, il Mercato delle Cose Inutili, il Gioco delle Ombre Cinesi. Tic Tac, più silenzioso del solito, si muove tra i giocatori come uno spirito inquieto, il cipollone stretto in mano, le lancette ancora ferme.
All’alba, con la luce ancora grigia che filtra dai tombini e dalle grate, gli uomini del boss invadono il Nido da tre punti diversi, in sei, armati, torce che tagliano il buio, tra loro il Segugio: precisi, silenziosi, decisi a prendere Drake e nient’altro. Ma Lucas non c’è. Ci sono bambini che dormono e si svegliano nel panico, anziani che non capiscono cosa stia accadendo, Musa che grida ai piccoli di scappare verso l’uscita secondaria trascinandoli per mano tra le tende rovesciate, Abram che fa scudo con il proprio corpo, le braccia alzate come volesse fermare il mondo a mani nude, la stessa espressione che aveva sul ring vent’anni prima. Poi, dall’ingresso principale, in controluce, arriva Lucas, seguito dagli agenti di polizia. Il caos che segue è breve e violento: grida, ordini urlati, corpi che cadono, colpi d’arma da fuoco che rimbombano nei tunnel come tuoni amplificati dal cemento. Il Segugio cerca Lucas, Lucas cerca Tic Tac, e Tic Tac finisce nel mezzo, tra gli uomini armati e i bambini, l’orologio al collo, il sorriso di chi non ha mai conosciuto la paura.
«Ehi. Se vi piace giocare con le armi io sono qui, lasciate stare i bambini» dice, l’ultima cosa che dirà prima di essere colpito da un proiettile di rimbalzo, subito dopo che un agente abbatte il Segugio.
Cade tra le braccia di Musa. Lucas si getta in ginocchio accanto a lui. «Resisti. Ti portiamo in ospedale» dice, ma Tic Tac guarda solo l’orologio stretto in mano. Per la prima volta da un tempo che nessuno ha mai saputo misurare, le lancette del cipollone si muovono, lente, solenni, come se avessero atteso a lungo quel momento. Tic Tac sorride e chiude gli occhi. Il silenzio che segue è diverso da tutti gli altri silenzi di quella stazione: è il silenzio del tempo che ricomincia a scorrere.
Nell’epilogo, le luci blu delle volanti illuminano quello che resta della stazione, tra bambole rovesciate, sculture d’argilla intatte tra le macerie e nastri colorati strappati dal soffitto. I bambini del Nido vengono affidati ai servizi sociali con gentilezza professionale, avvolti in coperte termiche che sembrano non appartenere a quel luogo. Musa resta immobile, con l’orologio di Tic Tac stretto tra le mani, finché qualcuno non la aiuta ad alzarsi. Lucas, che ha stretto un patto con la giustizia, viene condotto via per testimoniare contro il boss prima di scontare la propria pena da truffatore. Accanto a lui, ammanettato per resistenza a pubblico ufficiale, c’è anche Abram.
«Mi dispiace di non essere arrivato in tempo» dice Lucas.
«Tic Tac sapeva che saresti tornato. Mi ha detto che eri diventato uno di noi» risponde Abram, senza rimprovero.
«Ora andrò in prigione. E poi non lo so» dice Lucas.
«Lo sai» ribatte Abram.
Mentre Lucas viene accompagnato verso la volante, l’alba della città sembra diversa, più nitida e vera, senza più maschere da indossare. Abram aspetta che sia quasi arrivato, poi lo richiama con quella voce che riempie i tunnel come un treno in corsa: «Ehi, Saltinmare. Non dimenticarti di giocare.»
Lucas si volta, un sorriso appena percettibile. Si gira di nuovo verso l’auto. La portiera si chiude.
TEMI E TONO
Il film è la storia di una redenzione che non passa attraverso la punizione ma attraverso il gioco, inteso come unica forma di verità e libertà possibile in un mondo di maschere e convenienze. Il denaro, il cinismo e la paura di Lucas si scontrano con una comunità che ha scelto i margini del mondo proprio per restare autentica. L’orologio fermo di Tic Tac, che riprende a scorrere solo nel gesto estremo del sacrificio, è la metafora centrale: il tempo, come l’infanzia e il gioco, non si consuma finché si resta fedeli a ciò che si è davvero. Visivamente il film alterna il freddo scintillio del mondo di sopra, il denaro, le auto di lusso, le luci artificiali, al calore ruvido e polveroso del Nido, dove ogni oggetto rotto trova un secondo uso e ogni personaggio, sotto le luci intermittenti di una stazione dimenticata, può finalmente togliersi la maschera.
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