Il Premio al Miglior Lungometraggio Italiano va a E se mio padre di Solange Tonnini.
Per la sensibilità con cui affronta il momento fragile e universale in cui l’infanzia si incrina: la scoperta, da parte di una bambina, della doppia vita del padre. Il film, che a una prima impressione richiama il tono agrodolce della tradizione italiana, rivela invece una sorprendente profondità grazie alla regia delicata e attenta e a un cast straordinario, capace di restituire sfumature emotive rare. L’opera esplora senza retorica la perdita dell’innocenza, contrapponendo lo sguardo puro dell’infanzia alle rassicuranti menzogne del mondo adulto, e lo fa con un linguaggio sobrio, umano, sempre rispettoso. La qualità delle interpretazioni, guidate con notevole maestria, conferisce al film una forza narrativa che tiene lo spettatore avvinto e rende questa storia intima e attuale un prezioso contributo al cinema contemporaneo.
Una Menzione Speciale per i lungometraggi italiani va a 6:06 di Tekla Taidelli.
6:06 di Tekla Taidelli è un road movie intimo e coinvolgente, sostenuto da una sceneggiatura capace di trasformare un viaggio reale in un percorso di autentica redenzione. I due protagonisti regalano interpretazioni sincere e profonde, valorizzate da una regia attenta alle sfumature emotive. Il montaggio di Fabio Nunziata dona al film un ritmo fluido e avvolgente, contribuendo a creare un’opera essenziale, intensa e sorprendentemente umana.
Il Premio al Miglior Lungometraggio Internazionale va a Violent Butterflies di Adolfo Dávila (Messico).
Per l’audacia con cui intreccia riflessioni etiche e tensione narrativa, trasformando l’incontro tra Viktor ed Eva in una potente metafora di metamorfosi personale e morale. Il film indaga con sensibilità la frattura tra principi individuali e sistemi di giustizia, offrendo allo spettatore un racconto vibrante capace di generare interrogativi profondi. Pur conservando alcune imperfezioni tecniche e un finale volutamente controverso, l’opera si impone per la sua energia viscerale, la qualità delle interpretazioni, l’eleganza fotografica e un commento musicale di grande intensità. Violent Butterflies si afferma così come un lavoro coraggioso e coinvolgente, in grado di restituire al cinema il valore degli ideali e della loro difficile difesa.
Il Premio al Miglior Lungometraggio LGBT va a Eva di William Reyes (Honduras/Colombia).
Eva si distingue per la maturità con cui affronta i temi dell’identità, della maternità e della resilienza. La storia trasforma un lutto devastante in un percorso di rinascita, mostrando una protagonista capace di ridefinire sé stessa nel momento più drammatico della sua vita. Il film propone una riflessione potente sulla possibilità di accogliere il destino e di riconfigurare i ruoli familiari al di là delle norme sociali. Merita particolare attenzione per la forza emotiva e la profondità psicologica con cui costruisce questo percorso.
Il Premio al Miglior Documentario Italiano va a Arte Sciopero di Luca Immesi.
La giuria premia Arte Sciopero di Luca Immesi per la capacità di unire impegno civile e forza visiva in un racconto incisivo e necessario. Attraverso uno sguardo rigoroso e profondamente umano, il documentario mostra come l’arte possa diventare strumento di resistenza e cambiamento sociale. Un’opera essenziale, potente e attuale.
Il Premio al Miglior Documentario Internazionale va a Stop Killing Our Women di Marco Venditti (Papua Nuova Guinea).
La giuria riconosce in Stop Killing Our Women di Marco Venditti un’opera che riesce a trasformare dati, storie e ferite in un racconto cinematografico che colpisce con precisione e umanità. Venditti costruisce un film che non si limita a denunciare, ma invita a comprendere le radici culturali e sociali della violenza, offrendo uno sguardo lucido e rispettoso sulle vite segnate da questa tragedia. Un lavoro che mette lo spettatore di fronte a una responsabilità collettiva, ricordando che il cambiamento è possibile solo attraverso l’ascolto e la consapevolezza.


